L’Università degli Studi
di Bari conduce dall’anno 2000 campagne di ricerca e
scavo archeologico nella Grotta della Monaca. Tali campagne
vengono effettuate su concessione del Ministero per i Beni
e le Attività Culturali e con il benestare della Soprintendenza
per i Beni Archeologici della Calabria. Si tratta di una missione
di ricerca multidisciplinare, che vede impegnati fianco a
fianco ricercatori e specialisti di differenti discipline.
Nella cavità, pertanto, costantemente coadiuvati da
esperti speleologi, operano archeologi, mineralisti, geologi,
antropologi, petrografi e zoologi.
L'area territoriale in cui è ubicata Grotta della Monaca.
L’importanza archeologica della grotta è strettamente
connessa alla duplice funzione che essa ha svolto in età
pre-protostorica. La stessa, infatti, rappresenta tanto la
sede di un esteso sepolcreto ipogeo, quanto il luogo privilegiato
di un’intensa attività mineraria diretta allo
sfruttamento di minerali di ferro e rame. Il cuore del sepolcreto
è situato nella parte più profonda della cavità,
nell’area di raccordo tra la “Sala dei pipistrelli”
e i “Cunicoli terminali”. Le sepolture, singole
o di gruppo, sono distribuite lungo il perimetro degli ambienti
sotterranei, con una marcata preferenza per profonde nicchie
e leggere rientranze nella roccia. Le evidenze sepolcrali
si limitano ad una consistente dispersione al suolo di resti
ossei, largamente frammentati e disseminati tra piccoli massi
di crollo. Finora non è stato possibile reperire una
sola sepoltura con inumato in connessione anatomica: tuttavia
le indagini antropologiche hanno riconosciuto, dallo studio
di un primo gruppo di reperti, i resti di almeno 12 individui.
Un numero, questo, comunque destinato ad aumentare in modo
significativo, se si considera che recenti ricerche hanno
individuato ulteriori spazi d’uso funerario.
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Cranio di un soggetto
adulto di sesso maschile in norma frontale e laterale
(il reperto è riferibile alla media età
del Bronzo). |
Lo stato di estrema frammentazione dei resti scheletrici,
sebbene possa essere ascritto a cause naturali quali il normale
disfacimento in ambienti con elevata umidità o lo sconvolgimento
dovuto ad animali selvatici, vede proprio nelle successive
frequentazioni umane, e probabilmente soprattutto in quelle
connesse ad un’ultima fase di sfruttamento minerario,
il motivo di disturbo più decisivo. Quasi certamente
collegate al sepolcreto ipogeo sono alcune aree della Pregrotta
che hanno accolto probabili offerte ai defunti e ospitato,
forse, vere e proprie pratiche rituali. Ciò è
attestato dal rinvenimento di numerosi vasi ammassati in anfratti
rocciosi, evidentemente deposti con un contenuto deperibile
non giunto fino a noi, e dai cospicui resti combusti di un
esemplare adulto di Sus scrofa.
Nella medesima area occupata dal sepolcreto ipogeo si concentrano
le tracce più evidenti di coltivazione mineraria. Queste
sono costituite fondamentalmente da utensili litici da scavo,
dalle impronte lasciate dagli stessi sulle pareti rocciose
e da muretti a secco. Gli strumenti da scavo si caratterizzano
morfologicamente per un vistoso solco trasversale funzionale
all’immanicatura, che corre lungo tutto il corpo del
manufatto avvolgendosi nella sua porzione mediana. Sono state
riconosciute finora tre categorie tipologiche, che si possono
definire delle “asce-martello”, dei “mazzuoli”
e dei “picconi”.
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Ascia-martello con scanalatura sul corpo (utensile d'uso
minerario). |
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Un esempio dei muretti a secco eretti nella parte più
profonda della grotta. |
Le analisi petrografiche condotte su tali utensili hanno indicato
una provenienza locale delle materie prime da cui sono stati
ricavati. L’uso di questi manufatti litici è
da mettere in relazione all’affioramento, in tutta l’area
dei Cunicoli terminali, di abbondanti mineralizzazioni di
ferro (goethite) e rame (malachite e azzurrite). La goethite
appare sotto forma di filoni ferruginosi tra le stratificazioni
calcaree, spesso con varietà cromatiche che vanno dal
marrone scuro al rosso vivo e dall’arancione al giallo-ocra.
La malachite e l’azzurrite si presentano come spalmature
verdi-azzurrognole sulle pareti e soprattutto su piccole pietre
disperse al suolo.
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Varietà di goethite
di colore rosso. |
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Spalmature di malachite
su roccia calcarea. |
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Varietà terrosa e incoerente di goethite di colore
ocra chiaro. |
L’orizzonte cronologico delle coltivazioni minerarie
e dello stesso sepolcreto, come attestano i reperti ceramici
recuperati nel corso delle ricerche, è compreso tra
l’Età del Rame iniziale e la media Età
del Bronzo (inizi III - metà II millennio a.C.). A
tutt’oggi nessun materiale più antico di quelli
eneolitici è stato rinvenuto nell’area dei Cunicoli
terminali, a differenza di quanto è avvenuto invece
presso l’ingresso e nella contigua Pregrotta. Qui ceramiche
neolitiche a larghe bande rosse indicano una frequentazione
umana del sito già tra la metà del V e l’inizio
del IV millennio a.C. Lo stato di estremo mescolamento delle
testimonianze relative alle due principali funzioni d’uso
della cavità rende difficile, per il momento, un chiaro
inquadramento temporale delle singole fasi funerarie e minerarie.
Risulta intuitivo, però, che esse dovettero susseguirsi
senza mai sovrapporsi. Ad un’ultima e più recente
fase mineraria potrebbe essere ascritto lo sconvolgimento
definitivo del sepolcreto che, subendo il disturbo di intense
attività di scavo e sbancamento, ha assunto il carattere
caotico con cui è giunto sino a noi. |